Gianfraco Bertoli e la strage alla Questura di Milano

E’ una bella giornata ricca di sole,  quella del 17 maggio 1973. Tutta Milano è pienamente immersa nelle solite scene di frenetica vita quotidiana, quella di una città dinamica, attiva ed in piena espansione commerciale.

E’ anche lo  stesso giorno in cui Mariano Rumor, in quel momento Ministro degli Affari Interni, deve inaugurare nel cortile della questura milanese di via Fatebenefratelli un busto raffigurante il commissario Luigi Calabresi, assassinato esattamente un anno prima, sempre nel capoluogo lombardo.

La cerimonia è abbastanza breve, ed osserva pienamente il protocollo istituzionale previsto in queste occasioni. Al termine dell’ evento, Rumor varca con la sua auto l’uscita dell’edificio. In quel preciso instante  un uomo lancia una granata contro il convoglio, ma il suo obiettivo viene mancato.

L’ ordigno, drammaticamente, finisce invece sul marciapiede ed uccide due donne, Gabriella Bortolon e Felicia Bortolozzi, e due uomini, Giuseppe Panzino e Federico Masarin. Circa 40 persone restano  ferite ( alcune in modo grave). La scena che si presenta sotto gli occhi dei cronisti è orrenda :   4 corpi mutilati distesi in un lago di sangue, mentre i feriti urlano a squarciagola per il dolore. L’ attentatore viene immediatamente arrestato.

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Si tratta di Gianfranco Bertoli , 40 anni da poco compiuti, in possesso di un passaporto falso intestato a  tale Massimo Magri, ultimi anni passati in Israele ( da dove aveva trafugato la bomba) , il quale si definisce  “ anarchico individualista”. Il suo vero obiettivo, secondo quanto dichiara sin da subito, era invece Mariano Rumor, il quale “meritava di essere ucciso”   nello stesso momento in cui rendeva omaggio al defunto commissario Luigi Calabresi, persona ritenuta per quasi 3 anni e mezzo ,dagli ambienti anarchici e della sinistra extra-parlamentare, il vero responsabile della morte di Giuseppe Pinelli, avvenuta il 16 dicembre 1969. In quei giorni il presidente del consiglio era proprio Mariano Rumor, considerato anche lui, a tutti gli effetti, responsabile per quella morte.

Queste furono le motivazioni che spinsero Bertoli a compiere l’attentato. Una tesi che lui ha sempre con forza sostenuto  nelle aule di tribunale( venne condannato all’ ergastolo),  sino alla sua scomparsa. Nonostante la  piena confessione, la sua storia si è ripetutamente tinta di giallo , in parecchie occasioni. Venne infatti accertato che tra il 1954 ed il 1960 Bertoli era stato informatore del servizio segreto SIFAR. Un rapporto che, però, era stato interrotto alla fine del 1960, in quanto giudicato elemento poco affidabile e di scarso rendimento.

Successivamente  alcuni collaboratori di giustizia, provenienti dall’ area del neo-fascismo, tra cui Carlo Digilio e Martino Siciliano, accuseranno Bertoli di essere stato complice di Carlo Maria Maggi , professione medico, numero uno di Ordine Nuovo in Veneto. Secondo le loro dichiarazioni, Bertoli sarebbe stato usato dagli ordinovisti veneti per  “ far pagare” a caro prezzo la decisione che prese lo stesso Rumor  la sera del 12 dicembre 1969: quella di non  proclamare il tanto discusso “ stato d’emergenza” subito dopo la mattanza nella Banca dell’ Agricoltura.

Una tesi che, però,  non ha mai trovato alcun riscontro in sede processuale. Bertoli respingerà sempre con forza l’ accusa di collusione con il neo-fascismo ed affermerà di aver compiuto l’ attentato esclusivamente  solo su iniziativa personale. Ridotto ormai in precarie condizioni fisiche a causa della tossicodipendenza, Gianfranco Bertoli cesserà di vivere il 17 dicembre 2000, a Livorno. Un altro tragico capitolo del nostro passato si era cosi chiuso, per sempre.

Nicola Lofoco

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