La ” ferocia a Natale ” del 1984

“La ferocia a Natale”.  Questa tragica  frase giganteggiava, esattamente 34 anni fa, sui titoli di apertura del maggiori quotidiani italiani. Era il giorno in cui veniva ricordata quella che, in tanti ,hanno sempre definito  la “strage di Natale”.

Era infatti la gelida e fredda serata del 23 dicembre 1984 quando, in tv, venne divulgata la drammatica notizia dell’esplosione di una bomba a bordo del “Rapido 904” , treno partito da Napoli e diretto a Milano.

Gli attentatori avevano cinicamente previsto di far deflagrare l’ordigno proprio in un punto dove avrebbe causato maggiori danni e reso molto più difficili le operazioni di soccorso: in una galleria. Il convoglio, infatti, subito dopo aver attraversato la stazione di Vernio, mentre attraversava la “Grande galleria dell’ Appennino” (situata nei pressi di San Benedetto Val di Sambro), venne ferocemente slabbrato da quella maledetta bomba.

Il tutto accadeva all’interno delle stessa, identica galleria dove, più di dieci anni prima, precisamente il 4 agosto 1974, il treno “Italicus” era stato colpito da un ordigno esploso nella sua quinta carrozza. Era stato un criminale attentato che aveva causato la morte di 12 persone. Quella disgraziata notte, invece, le vite spezzate furono 17.

Per tutta l’intera notte. compresa tra il 23 e il 24 dicembre, furono trasmesse edizioni straordinarie dei Tg nazionali, dove le terribili immagini provenienti da San Benedetto Val di Sambro divennero un lugubre carosello tinto di profondo rosso sangue.

Risultati immagini per treno 904

Gli avvenimenti furono intervallati  da una pioggia di rivendicazioni, fatte da una marea di sigle terroristiche, e di relative smentite, che di ora in ora aumentavano in continuazione, lasciando i cronisti sempre più oberati di lavoro e indaffarati nel divulgare le notizie dell’ultima ora.

Per la “strage di Natale del 1984” vennero condannati nel 1992 in via definitiva, dopo un lunghissimo iter processuale durato per anni, il boss mafioso Pippo Calò e il suo braccio destro, Guido Cercola.

Benché in tanti abbiano sollevato parecchi dubbi sul fatto che le responsabilità di Cosa Nostra non fossero uniche (più volte si è narrato di un eventuale corresponsabilità dell’eversione nera), la pista “politico-mafiosa” è sempre stata ritenuta la più accreditata. Nel 2011 venne aperto un nuovo procedimento penale, su iniziativa della Dda di Napoli, contro Totò Riina, il “capo dei capi”, accusato di essere stato il mandante della strage.

Ed è proprio qui che ha avuto inizio una sinuosa spirale di incredibili ed inaudite  beffe per i familiari delle vittime. Dopo una prima assoluzione per insufficienza di prove, si erano aperte per Riina le porte del processo d’appello, le quali si sono subito richiuse  nel settembre 2017 a causa del pensionamento del presidente della Corte.

Il processo, quindi, era tutto da rifare, da cima a fondo. Successivamente, però, il cuore di Totò Riina ha cessato per sempre di battere il 17 novembre 2017. Non sappiamo ancora, quindi, che fine farà il nuovo processo.

Dopo quel funesto 23 dicembre i parenti di quelle 17 innocenti vittime decisero di non seguire la consueta liturgia dei “funerali di Stato”. Tutti preferirono compiere l’ultimo saluto ai propri cari in maniera strettamente privata, senza la presenza di autorità o rappresentanti delle istituzioni.

Un gesto altamente simbolico, che rimarcava la sfiducia verso uno Stato che si era dimostrato totalmente incapace nel riuscire a prevenire l’ennesima mattanza provocata da un artificioso congegno al tritolo.

Della “strage di Natale” , in passato, si è davvero parlato e raccontato poco e si continua a parlarne e a raccontarne poco. Bene faremmo , invece, a non dimenticarla mai.

Nicola Lofoco

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